Tunisia, agosto 2013

11 agosto, Roma – Tunisi

Anche quest’anno io e #MissThisDick* ‘abbiamo’ deciso di viaggiare in Maghreb e dopo scrupolose valutazioni su come sventare il rischio di ritrovarci in mezzo a rivoluzioni o guerre più o meno cruente, la nostra scelta è stata per la mite Tunisia, dove a parte qualche timida protesta per l’omicidio del leader dell’opposizione Mohamed Brahmi, freddato con 12 proiettili fuori la sua abitazione, la situazione ci è sembrata tranquilla.

* #MissThisDick: già #principessasissi_dqm = Francesca Romana Buffetti

Per la felicità di #MissThisDick, il volo Roma-Tunisi non è stato un Ryanair («non voleremo mai più Ryanair…») ma un TunisAir. Tuttavia, a parte il posto numerato senz’altro utile per l’eventuale identificazione delle salme in caso di disastro aereo, la brevissima tratta (un’ora scarsa di volo) è stata assai movimentata e bizzarra. Il personale d’aria è apparso subito molto goffo nel cercare di agevolare la sistemazione dei bagagli a mano, tardando di fatto il decollo, ma il meglio di sé lo ha dato servendo una specie di pasto freddo pochi minuti prima dell’atterraggio, generando non pochi disagi ai passeggeri. Con uno di loro il capo steward si è dato appuntamento dopo l’atterraggio per regolare i conti.
Arrivati all’aeroporto di Tunisi ci siamo accodati in una delle gigantesche e lentissime file per il controllo dei passaporti e dopo circa un’ora siamo riusciti a passare. Presi i bagagli abbiamo contrattato – con misero risultato – il prezzo del taxi che ci ha portato dall’aeroporto all’hotel prenotato prima della partenza un po’ per l’orario d’arrivo (le 22 locali circa tra una cosa e l’altra), un po’ perché il sottoscritto si è lasciato condizionare dal celebre attacco del maestro “pieni gli alberghi a Tunisi, per le vacanze estive”.
Il taxi ci ha lasciati appena fuori la Medina indicandoci la via da seguire. L’hotel si trova nei pressi della sede del governo, un palazzo coloniale molto bello situato su una piazza costantemente controllata da guardie armate e recintata da enormi rotoli di filo spinato, a certificare il periodo non proprio tranquillo che attraversa l’intera regione. Le stradine semi deserte, sporche e poco illuminate che abbiamo attraversato per raggiungere l’hotel ci hanno immediatamente riportato nell’atmosfera araba, provocando i primi accenni di protesta di #MissThisDick… «quest’anno volevo un’isola greca o il Portogallo, non Hallah…».

L’Hotel Medina è di fatto un ostello ricavato in una tipica abitazione tunisina, completamente piastrellato, con un cortile interno coperto da una cupola di vetro e con i muri ricoperti da una pianta di gelsomino, fiore che a Tunisi ha un valore simbolico e viene usato anche dagli uomini per indicare il loro ‘stato civile’ (un rametto dietro l’orecchio sinistro vuol dire scapolo in cerca di moglie, dietro l’orecchio destro vuol dire felicemente ammogliato).
La stanza, anch’essa interamente piastrellata e con i due letti rigorosamente divisi, è semplice e non proprio pulita, le finestre danno nel cortile interno e ciò sconsiglia di tenerle aperte sia per una questione di sicurezza che per la privacy. I bagni in comune non sono da meno e decisamente non profumano. All’hotel Medina il nostro viaggio è cominciato. #MissThisDick ha subito steso il suo telo sul letto per evitare di stendersi sulla biancheria della casa e dopo una veloce passeggiata per la medina deserta nella vana ricerca di un bar aperto siamo andati a letto. Prendere sonno non è stato semplicissimo a causa di un rumorosissimo ventilatore utilizzato da due tedesche ospiti della stanza accanto alla nostra. Le colorate pareti di legno schermano ben poco i rumori.

12 agosto, Tunisi

Ci siamo svegliati abbastanza presto anche a causa del gran caldo, con #MissThisDick convinta di avere le pulci sul letto. La medina di giorno è decisamente affollata, i negozi vendono merce di ogni tipo e le pinguine (donne berbere con velo e tipico vestito lungo) si muovono velocemente nelle strettissime stradine, tamponando e facendosi spazio con una certa prepotenza. Come tutte le donne di ogni latitudine sono affette da shopping compulsivo, mentre gli uomini passano le loro giornate a sorseggiare caffè allungato in uno dei tanti bar che si trovano lungo le strade. Dopo una sosta in profumeria, dove abbiamo comprato delle essenze naturali, abbiamo attraversato la medina fino alla porta opposta. Usciti sulla strada che circonda le mura abbiamo comprato una sim card prepagata tunisina da un gentilissimo venditore dell’operatore Tunisiana, che ci ha aiutato ad attivarla e a caricarla. Grazie al piccolo router 3G / wi-fi che ci siamo portati da Roma, dovremmo avere la connessione a internet per tutto il viaggio, cosa assai comoda. Per arrivare alla ville nouvelle abbiamo preso la metropolitana, trenino assai fatiscente e affollato che attraversa la città costeggiando le mura. Qui #MissThisDick ha avuto un incontro ravvicinato del VII tipo con un giovane tunisino che approfittando della calca non si è tenuto proprio a distanza di sicurezza dalle virtù della sempre più infastidita passeggera italica e per qualche attimo ho temuto reazioni violente da parte di lei e conseguente rissa. Per fortuna in pochi minuti siamo giunti a destinazione senza inutile spargimento di sangue.

Dopo un veloce pasto al Bar del Teatro, frequentato per lo più da occidentali, abbiamo camminato fino alla stazione marittima (una specie di Roma – Lido un po’ più fatiscente) dove abbiamo preso il treno per Sidi Bou Said, la Fregene di Tunisi, dove i cittadini più benestanti hanno la seconda casa. Abbiamo saltato volutamente Cartagine che vedremo al ritorno. Essendo in rifacimento gran parte della ferrovia, le ultime tre fermate le abbiamo fatte con un bus sostitutivo. La cittadina ha l’aria di essere molto ricca, le ville bianche a picco sul golfo di Tunisi, con le tradizionali decorazioni celesti alle porte e alle finestre (ci spiegarono in Marocco che il colore allontana gli insetti) sono davvero belle. Una lunga gradinata panoramica frequentata da giovani coppie di fidanzati porta fino all’affollatissima spiaggia. Abbiamo preferito evitare la calca e ci siamo limitati a costeggiare la spiaggia fino a una scogliera. Al ritorno abbiamo invano chiesto a vari taxi di riportarci alla fermata del bus, ma nessuno ci ha voluto portare, forse a causa della distanza non eccessiva. Siamo stati così costretti a fare una lunga passeggiata – al sole e in salita – fino alla strada principale dove abbiamo preso il bus sostitutivo e successivamente il treno per tornare a Tunisi.

Tornati in città e dopo una veloce sosta in un negozio di articoli sportivi per acquistare fascetta anti sudore e ‘fantasmini’, abbiamo camminato lungo Avenue Habib Bourguiba fino a Place de la Victoire, il cuore della Tunisi coloniale. Qui abbiamo cenato con un sandwich in uno dei pochi locali aperti. È evidente che l’ora di cena tunisina sono le 18 / 18.30 perché alle 21 è praticamente tutto già chiuso.

Tornati nell’ostello, con nostra sorpresa, abbiamo trovato il cortile interno pieno di gente vestita a festa seduta ai tavoli a cenare. Ci hanno spiegato che si stava festeggiando la festa per la firma del contratto di matrimonio di una giovane coppia. Dopo essere stati invitati a cenare con loro (a saperlo sarebbe stato decisamente meglio del sandwich) ci siamo chiusi in camera divertiti dalla situazione surreale, ma quando ho tentato di aprire la finestra per lasciar passare un po’ d’aria mi sono trovato a tavola con i parenti dello sposo e ho deciso di desistere. Ma dopo qualche minuto il padre della sposa ci ha portato del buonissimo te con dentro dei pinoli, abbiamo così deciso di autoinvitarci da bravi italiani e di sederci nella sala, in un angolo per non dar fastidio. Ma nel giro di pochi minuti la situazione è precipitata. La sposa si è avvicinata per salutarci e si è seduta vicino a noi chiedendoci da dove venivamo, a seguire si è aggiunta la madre, presumibilmente le sorelle, le amiche e vari parenti. Ci hanno regalato le bomboniere e di fatto eravamo al centro della cerimonia. Alcune donne hanno cominciato a battere su dei tamburelli e a cantare, altre emettevano dei versi con la bocca, altri invitati accennavano un ballo. La cosa che più mi ha colpito – oltre a trovarmi insieme a #MissThisDick invitato a una cerimonia nunziale tunisina – è stata la somiglianza fra i loro canti, le loro danze e le nostre tarantelle. Mi è così tornata alla mente una frase di una canzone di Eugenio Bennato “dov’è la musica che viene e va da Tunisi a Giugliano…“.

Come accade penso in tutto il Mondo, gradualmente gli invitati hanno salutato le famiglie e sono andati via, anche noi abbiamo fatto lo stesso dopo aver salutato e ringraziato la sposa, aspettando che la sala si svuotasse per poter andare in bagno e finalmente riposare dopo la lunga giornata. La mattina seguente abbiamo lasciato Tunisi, destinazione Hammamet.

Da bambino in estate osservavo le torri saracene in costiera amalfitana, dove trascorrevo le vacanze nella casa di famiglia. Mi affascinavano quelle fortificazioni a picco sul mare venir fuori dalle rocce. Dal ‘finestrone’ sopra la mia stanza, la rosa dei venti in maioliche della ‘torre Trasita’ era l’ultimo legame con la terra ferma prima di espandere lo sguardo al mare, sembrava quasi galleggiare. Ma oltre alle torri mi affascinavano i racconti e le leggende che narravano dei pirati saraceni, i guerrieri che giungevano dall’altro lato del mare per invadere e saccheggiare, ma che alla fine lasciavano sempre una traccia del loro passaggio che non era semplice testimonianza, ma fusione di culture attraverso cibi, lavorazioni artigianali, architettura. La storia oltre le leggende ci racconta di rotte commerciali, alleanze militari e di un rapporto assai più profondo dei popoli del Mediterraneo col nostro mare.
E così, quasi come in un montaggio cinematografico, osservando il Golfo di Tunisi, le fortificazioni e i minareti sparsi lungo la costa, il mio sguardo all’orizzonte è inevitabilmente sfumato nel ricordo, alla rosa dei venti sulla ‘torre Trasita’.

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13 e 14 agosto, Hammamet

Lasciato l’hotel Medina abbiamo fatto una lunga passeggiata per raggiungere Place de la Victoire, dove abbiamo mangiato un muffin locale e bevuto caffè. A dire il vero passando per la strada principale della medina avremmo raggiunto lo stesso punto in dieci minuti al massimo, ma #MissThisDick voleva provare un percorso alternativo con 10 kg di zaino a testa…
Fatta colazione abbiamo cercato un taxi che ci portasse alla stazione dei bus e dopo un paio di rifiuti ne abbiamo trovato uno disponibile. Ci hanno spiegato che in Tunisia i taxi funzionano “a culo”, cioè decide lui se portarti in base a varie valutazioni personali che vanno dalla distanza al traffico, ma soprattutto se gli va o meno. Arrivati alla stazione dei bus abbiamo comprato i biglietti e siamo stati avvertiti di un’usanza maghrebina già sperimentata lo scorso anno in Marocco: se l’autobus riempie tutti i sedili in anticipo rispetto all’orario di partenza poi parte, chi c’è c’è. E non essendoci posti numerati conviene presentarsi con largo anticipo.
Come volevasi dimostrare, il fatiscente mezzo è arrivato con largo anticipo e non appena si sono aperte le porte una dozzina di pinguine prepotenti e moleste si sono accalcate per aggiudicarsi i posti migliori. Io e #MissThisDick abbiamo deciso che quella non era la nostra guerra e ci siamo seduti con calma agli ultimi posti. Il bus aveva decisamente visto tempi migliori, la maggior parte dei sedili rotti o sporchi all’inverosimile e i filtri dell’aria condizionata probabilmente mai cambiati, ma per fortuna il viaggio è stato breve.
Arrivati ad Hammamet ci siamo incamminati verso l’hotel Hamilton, prenotato il giorno prima da #MissThisDick su TripAdvisor. In alcune situazioni aver scaricato le cartine della Tunisia sul navigatore dell’iPhone si è rivelata cosa assai utile, specialmente per rendersi conto delle distanze o ritrovare l’hotel nella medina di Tunisi.

Memore di alcuni tipici hotel marocchini, come quelli di Meknes e Fes (vedi diario del Marocco 2012), #MissThisDick ha approfittato della connessione ad internet per verificare sui vari siti gli hotel segnalati sulle guide, sconfinando spesso e volentieri nella fascia media ed evitando dove possibile i temutissimi bagni in comune.
I prezzi restano comunque bassi anche per gli alberghi di fascia più alta, perché la rivoluzione dei gelsomini – pur essendo stata la meno cruenta di tutto il mondo arabo – ha generato un crollo del turismo nel paese e presumibilmente ci vorranno anni prima che la situazione si stabilizzi. Nel frattempo ci stiamo godendo una Tunisia con pochi turisti e prezzi più abbordabili. Vive la revolution!

L’hotel Hamilton, a circa 1 km dalla fermata del bus, si trova appena fuori la medina di Hammamet. Ad accoglierci alla reception una giovane pinguina interamente vestita di blu elettrico, colore che quest’anno in Tunisia va tantissimo. Una volta scelta la camera (dotata di ogni comfort, persino l’aria condizionata) ci siamo dati una veloce rinfrescata prima di incamminarci verso il lungomare. Hammamet è una delle principali località turistiche della Tunisia e si vede: decine di ristoranti sul lungomare, locali notturni, spiaggia con stabilimenti frequentati sia da tunisini che da europei. Abbiamo mangiato in un ristorante con vista mare, dove il cameriere ci ha fatto provare un tipico antipasto tunisino che consiste nel fare la scarpetta mischiando salsa di harissa, tonno e olio d’oliva. Finito il pranzo siamo andati sulla scogliera appena fuori la medina e ho fatto il mio primo bagno in terra tunisina. #MissThisDick ha preferito evitare perché il suo bikini avrebbe dato un po’ troppo nell’occhio essendo le altre bagnanti tutte pinguine a mollo ma sempre interamente vestite. Alcune di loro non sanno nuotare e utilizzano i salvagenti dei figli. Devo dire che la pinguina con il salvagente con le paperelle ci ha fatto molto ridere.
Una volta asciugati abbiamo proseguito il giro dentro la medina, che ormai di tradizionale ha davvero ben poco, e all’esterno costeggiando il cimitero che si trova praticamente sulla spiaggia.

Tornati in hotel, abbiamo chiesto alla giovane receptionist (altra pinguina) dove fosse il cimitero cristiano e la tomba di Bettino Craxi. La berbera teenager non ha saputo rispondere e si è beccata la reazione stizzita di #MissThisDick, che non lo dirà mai ma deve aver mal digerito un paio di sguardi di troppo dedicati al sottoscritto che – come già ampiamente appurato in Marocco – è il sogno erotico delle giovani pinguine, forse per la sua somiglianza con il potente Ismail (vedere diario del Marocco 2012).
L’ubicazione della tomba dell’ex premier ci è stata data da un negoziante in perfetto italiano, ma visto l’orario ormai tardo, abbiamo deciso di andarla a vedere la mattina seguente insieme alla villa di George Sebastian. La serata si è conclusa in un ottimo ristorante nei pressi della zona sud della città, i due tentacoli di polpo alla griglia presi come antipasto erano davvero squisiti, buono anche il pesce, se non ci fosse stato Allah una bottiglia di buon vino bianco ci sarebbe stata tutta.

La mattina seguente siamo andati al cimitero cattolico a vedere la tomba di Craxi, che a quanto sostiene la famiglia, dovrebbe essere rivolta verso l’Italia. A noi è sembrato che le tombe fossero orientate più o meno tutte nello stesso verso, forse il belpaese è meta ambita per i deceduti in terra tunisina. La semplicissima tomba su cui è scolpito un libro con la frase “la mia libertà equivale alla mia vita”, se non fosse per la bandiera italiana posta sopra di essa e per le piante un po’ più curate sembrerebbe una delle tante anonime tombe del piccolo cimitero. Poco prima di essa è stato posto un legío con un quaderno messo lì ad uso dei visitatori. La scritta su di esso dice molto sull’uomo seppellito un metro più avanti: “se non avete cose buone da scrivere, portate rispetto”.

Bettino Craxi… Forse ciò che colpisce di più è che un uomo così potente e così influente nella storia recente dell’Europa e del Mediterreneo, riposi su una spiaggia del nord Africa e che la sua tomba sia così povera, con scritte scavate a mano e dipinte su una passata di intonaco bianco. Niente marmi, niente candele, niente onorificenze di cui personaggi assai più negativi godono e godranno da defunti. Le colpe di Craxi sono scritte nelle sentenze e su quelle non esiste margine di revisionismo di alcun tipo. Così come non si possono negare le sue grandi responsabilità su ciò che è accaduto dopo, sulle conseguenze dell’indebitamento del paese, cresciuto a dismisura in quegli anni, né le leggi scritte ad uso e consumo del suo naturale successore. Ma resto fermamente convinto che come accadeva allora, è accaduto in questi ultimi vent’anni e continuerà ad accadere, il vero responsabile dei mali dell’Italia è il suo stesso popolo, in larga parte pigro e disonesto, che non ha mai saputo (o voluto) selezionare una vera classe dirigente – nel pubblico e nel privato – perché perennemente alla ricerca di un “salvatore della patria” o di un pretesto per potersi lamentare, per poter dire “piove governo ladro”; un popolo che ha fatto dell’omertà e della superficialità intellettuale il suo stile di vita. Bettino Craxi è stato uno di questi “salvatori della patria”, fuggito qui dopo esser stato “lapidato” da monetine che all’epoca avevano lo stesso potere d’acquisto del dinaro tunisino di oggi. In fondo è bastato dividere per due l’Euro venendo qui, ed ecco che una bottiglia d’acqua torna a costare mille lire e non un marco tedesco. In fondo “noi” italiani siamo così, nascondiamo la polvere sotto il tappeto e seppelliamo Craxi in Tunisia.
Ma proprio per la Tunisia il nostro politico è stato più di un alleato, a lui si deve la gestione del delicatissimo passaggio della successione di Habib Bourguiba, padre della patria affetto da alzheimer e la nomina di Ben Alì, operazione che oggi chiameremmo di “intelligence” e che sventò un tentativo di rigurgito colonialista del governo francese.

È proprio questa aspirazione a un’Italia come centro politico e nazione “ambasciatrice” per i popoli del Mediterraneo, pur dall’interno dell’alleanza atlantica, aspirazione di cui la “crisi di Sigonella” gli stretti rapporti con la Turchia, la Libia e appunto la Tunisia sono stati testimonianza, a consegnare alla storia un uomo e un politico che pur restando un corrotto che ha danneggiato il suo paese, aveva una visione geopolitica assai più coerente alla storia dei popoli del mediterraneo e di certo assai più funzionale delle moderne “primavere arabe” pilotate da seimila miglia di distanza, che come un molo progettato da chi non conosce il mare, viene presto distrutto dalle mareggiate e “mangiato” dalla spiaggia.
Forse è giusto che Bettino Craxi – esiliato o latitante lo si consideri – riposi ad Hammamet e che le sue spoglie mortali rivolgano un metaforico sguardo malinconico a quella striscia di terra oggi zavorra e appendice di un continente, nei suoi sogni ancora il centro del Mare Nostrum.

Lasciato il cimitero cristiano, ci siamo fatti portare da un taxi alla villa di George Sebastian, architetto e miliardario rumeno, definita da Frank Lloyd Wright come la villa più bella da lui mai vista. In effetti la fusione fra le forme tondeggianti dell’architettura locale e la scuola minimalista è davvero notevole, la piscina e il colonnato sono un capolavoro. L’enorme giardino con i sentieri verso le dependance, l’anfiteatro e la spiaggia rendono il luogo davvero unico. Tornati all’hotel e presi gli zaini ci siamo fatti portare alla stazione dei Lounge, i taxi collettivi che in Marocco erano vecchie Mercedes station vagon e qui sono furgoncini da 8 posti. Sono un mezzo assai più confortevole dei bus di linea, non hanno orari e partono quando riempiono i sedili, ma sono molto frequenti perché molto usati dai tunisini e l’attesa prima della partenza non è mai eccessiva. Siamo così saliti sul lounge destinazione Kairouan, quarta città dell’Islam. La città delle duecento moschee. Allah akbar.

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14 – 15 agosto, Kairouan

Il viaggio in louage è stato assai più comodo di quanto ci aspettassimo, il fatto che qui – a differenza del Marocco – i mezzi siano dei furgoncini e non delle vecchie Mercedes riempite all’inverosimile, rende la traversata confortevole quanto basta. Lungo la strada per Kairouan si incontrano decine di piccoli villaggi poverissimi, abitati per lo più da famiglie di contadini. Ciò che non manca mai è il bar dove gli uomini passano intere giornate a sorseggiare caffè osservando tutto ciò che passa sulla strada.

Due porte da calcio senza reti bastano a far giocare ventidue ragazzini scalzi in mezzo al nulla. Ogni volta che vedo cose simili non riesco a non riflettere su quanto sia alterato il nostro concetto di felicità. Su quanto sia viziato da bisogni indotti e su quanto questi ultimi non ci facciano apprezzare e valorizzare a pieno ciò che abbiamo.

Arrivati a Kairouan, l’autista del louage ci ha scaricati sulla strada per la medina, ma con nostra grande sorpresa, siamo arrivati nella città santa in una delle rarissime giornate di pioggia. Ci siamo così rifugiati in uno dei tanti locali con girarrosto dove si può mangiare un ottimo sandwich per pochi dinari, mentre fuori è venuto giù il finimondo: chicchi di grandine grandi come uova in pochi minuti hanno imbiancato completamente le strade sotto gli occhi stupiti dei cittadini locali che evidentemente non sono abituati a simili fenomeni. A dire il vero non ci siamo abituati neanche noi e veder scendere dei pezzi di ghiaccio così grandi in agosto e in Tunisia ci ha lasciati senza parole.
Una volta spiovuto ci siamo incamminati lungo la strada indicataci dall’autista, che poi è il mercato agricolo della città. La grandinata ha provocato non pochi danni alle bancarelle e abbiamo trovato molte strade completamente allagate. La medina di Kairouan è davvero bella e ben tenuta, quando siamo arrivati l’abbiamo trovata deserta, sia per la grandinata che per l’orario (il venerdì per i musulmani è come la nostra domenica, dopo le 14, specie nelle medine, chiude tutto). Attraversata la città vecchia e raggiunta la nouvelle ville, siamo andati all’hotel Splendid, descritto dalla Lonely Planet come il più elegante hotel di Kairouan, per la felicità di #MissThisDick. In effetti, rispetto alla media, lo Splendid non è male. La camera tipo ha un ingresso con salottino, due bagni (uno per i servizi e uno con la vasca), aria condizionata, tv, prese in quantità per ricaricare cellulari e apparecchi elettronici.

Stanchi del viaggio, ci siamo riposati per un paio d’ore, dopodiché ho investito quattro dinari nell’ormai immancabile sosta in hammam. Quello di Kairouan è molto autentico, si trova appena fuori le mura ed è frequentato per lo più da gente del posto. Molto divertenti le scene dei padri che mettono a mollo i figli nella vasca di acqua bollente e li insaponano come fossero del bucato a mano.
Il rumore delle mie articolazioni durante il massaggio / scrub ha divertito non poco l’operatore dell’hammam, che aiutandosi con una spugna da piatti (…) e con i polpastrelli delle mani mi ha tolto tutta la pelle morta e l’ha messa in un piattino. Non pago della scena disgustosa, finito il massaggio, ha versato il contenuto del mio piattino in un secchio pieno del contenuto di chissà quanti altri piattini. La visione di ciò è il prezzo da pagare per avere una pelle morbida e vellutata a Kairouan.
Tornato in hotel ho trovato #MissThisDick praticamente già pronta, così siamo usciti e dopo una breve passeggiata dentro la medina abbiamo mangiato del brik á l’oeuf al ristorante Sabra, appena fuori le mura. Questa ricetta tipicamente tunisina consiste in una sottile sfoglia fritta al cui interno viene messo un impasto a base di uovo, tonno e prezzemolo, ma il contenuto può cambiare a seconda del posto. Anche qui, prima di cominciare, ci è stato servito il piattino con l’harissa e le olive, ma senza tonno. Finita la cena siamo tornati in hotel e siamo andati a dormire relativamente presto, perché tutto ciò che si può visitare a Kairouan – a partire dalla Grande Moschea – è aperto solo di mattina.

Così il giorno seguente siamo usciti presto e siamo arrivati alla Grande Moschea, dove una guida (obbligatoria…) ci ha mostrato il bellissimo colonnato, l’interno della moschea, la piazza e la meridiana. Kairouan è la quarta città sacra dell’Islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme. Ne consegue che per un musulmano praticante, recarsi sette volte a Kairouan equivale ad andare una volta a La Mecca e di assolvere così all’obbligatorio pellegrinaggio. Questo vale per tutti ma non per gli abitanti di Kairouan… Hallah nun’ è fess. Terminato il giro della Grande Moschea, con la guida intenta a spiegarci che la sala destinata alla preghiera delle donne è sempre chiusa perché durante la preghiera si inchinano e si inginocchiano e c’era il rischio che i fedeli maschi si intrattenessero osservandone i fondoschiena, siamo usciti e ci siamo avventurati lungo le labirintiche stradine della medina, fino al pozzo dove un povero dromedario passa le sue giornate addobbato come un albero di Natale. Anticamente il dromedario serviva a far girare una ruota che tirava su l’acqua dal pozzo. Oggi la stanza è circondata da souvenir e cartoline, il dromedario sta lì a fare la bella statuina e per un dinaro ti fanno bere l’acqua, perché chi ne beve un sorso tornerà a Kairouan… O ci rimarrà per sempre, viste le condizioni igieniche delle ciotole e la non certa provenienza dell’acqua del pozzo.
Dopo un pranzo senza infamia e senza lode nell’unico ristorante dentro la medina, ci siamo rifugiati in hotel in attesa di temperature migliori, la grandine del giorno prima è un lontano ricordo e a Kairouan il caldo torrido comincia a farsi sentire.
Dopo qualche ora, nel tardo pomeriggio, siamo usciti e abbiamo passeggiato per la medina al tramonto. Per la cena abbiamo scelto uno dei tanti venditori di sandwich sulla strada (di fatto sono i posti più caratteristici dove mangiare) e per dessert un ottimo dolcetto in una pasticceria sulla stessa strada. Il nostro ferragosto in terra di Hallah si è concluso così, prossima destinazione Sfax, meta obbligatoria perché snodo per poi partire per Tozeur e il deserto.

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16 agosto, Sfax

La prima esperienza della giornata è stata la sfida tra il sottoscritto e le pinguine per ottenere un taxi che ci portasse alla stazione dei louage. In tutto il Maghreb i concetti di fila, precedenza, ordine, sono del tutto inesistenti. Se un sindaco vuole creare traffico caotico nella sua città ci può riuscire con un paio di rotonde, un sistema di canalizzazione del traffico totalmente incompreso in questa parte del Mondo. Dopo una decina di minuti in cui abbiamo rischiato di soccombere all’anarchica “corsa al taxi” siamo finalmente riusciti a prenderne uno e ad arrivare alla stazione dei louage.

Dopo un paio d’ore di viaggio eccoci arrivare a Sfax. La Lonely Planet parla abbastanza bene dell’hotel Ennacer, appena dentro le mura della medina, nel mezzo del suk. Ma al nostro arrivo abbiamo capito immediatamente che gli amici della nota guida statunitense probabilmente all’hotel Ennacer non ci sono mai stati. La stanza è piccola, senza finestre e maleodorante. I due letti con le lenzuola decisamente sporche emanano una fortissima puzza di sudore e il bagno in comune con un’altra stanza è abitato da un’allegra famiglia di blatte.
A questa visione #MissThisDick è crollata (ma restando in piedi per non toccare il letto) e ha pronunciato la frase destinata a diventare il leit motiv del resto del viaggio (e non solo…): «dopo un anno di lavoro questo è troppo… Non ce la posso fare».
Impossibile dalle torto, in due viaggi in Maghreb l’hotel Ennacer è stato il peggiore che abbiamo incontrato. Abbiamo così salutato il giovane e corpulento receptionist (anche lui non proprio pulitissimo) che senza batter ciglio ci ha ridato i soldi quasi come se la fuga dei visitatori fosse normale prassi dell’hotel.
Sperando che la Lonely Planet non ci facesse qualche altro scherzo e incrociando le informazioni con la più completa Rough, abbiamo optato per l’hotel Thyna nella ville nouvelle. Per arrivarci abbiamo attraversato tutta la medina e il suk, forse il più autentico fra quelli visti in Tunisia. Arrivati al Thyna, struttura decisamente più moderna e accogliente di quella precedente, ho visto gli occhi di #MissThisDick brillare di felicità quando il giovane receptionist (con perfetta divisa d’ordinanza), indicando l’ascensore dell’elegante hall, ha pronunciato le parole quatriême étage (quarto piano). Le stanze del Thyna sono molto confortevoli, hanno la vasca da bagno, l’aria condizionata, il televisore e un balconcino che guarda una piazzetta della ville nouvelle che si è rivelato molto utile per stendere i panni.
Attraversato da un vago senso di colpa per aver portato #MissThisDick in un luogo ameno come l’hotel Ennacer di Sfax, le ho proposto una serata dal sapore occidentale con aperitivo vicino al mare e cena a base di pesce. Certo Sfax non si presta molto, essendo di fatto una città industriale e non turistica se non per chi vi fa scalo come noi per poi ripartire verso l’interno. Siamo comunque riusciti a trovare un bar un po’ trendy vicino al porto, dove ci siamo presi la solita tazza di tè e un frullato alla frutta (Allah non consente lo spritz…) e un ristorante (proprio di fronte) dove abbiamo mangiato pesce alla piastra.

L’atmosfera “post rivoluzione” che si respira nelle città tunisine è il sottofondo di questo viaggio, a dimostrare che lo stesso non è solo una visita di luoghi geografici ma anche del loro contesto storico. L’economia e con lei l’accoglienza turistica si stanno lentamente riprendendo, ma la strada è ancora lunga e irta di insidie, vista l’instabilità politica e i focolai di violenza che governano l’intera area. Il ristorante con vista sul porto di Sfax, con la sua fontana spenta all’ingresso, con il suo espositore del pesce anch’esso spento e con i suoi pochissimi clienti – rigorosamente maschi in cerca di quella piccola grande trasgressione alla regola che consiste nel bere un bicchiere di birra occidentale – è una perfetta fotografia della Tunisia di oggi. Se il cameriere prima di portarci i menù li avesse sbattuti con le mani per levarvi da sopra uno strato di polvere non ci sarebbe stato nulla di cui stupirsi. E forse lo ha fatto, ma per onorare i fasti di un passato ancora recente, ha evitato che vedessimo quel gesto e la sua soddisfazione per quel primo strato di polvere gettato via.

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17 – 18 agosto, Tozeur

Il viaggio verso Tozeur con l’ormai collaudato louage, prevede uno scalo a Gafsa, cittadina industriale molto importante per la lavorazione del fosfato, risorsa di cui lo stato tunisino è il terzo produttore al Mondo. Il settore negli ultimi anni ha subito licenziamenti di massa a causa del prosciugamento delle miniere. L’aria di Gafsa odora di zolfo e i 38 gradi all’ombra nel mese di agosto suggeriscono facili metafore.
Dopo circa un’ora di sosta nel parcheggio dei louage di Gafsa, in attesa che il mezzo di riempisse di passeggeri, finalmente siamo partiti alla volta di Tozeur.

La traversata sembra una sorta di documentario sulla desertificazione, chilometro dopo chilometro la vegetazione si è lentamente rarefatta sotto i nostri occhi e quando sulla strada sono cominciati ad apparire i cartelli di “pericolo per attraversamento cammelli”, da entrambi i lati della lingua di asfalto attraversata dal furgoncino si potevano scorgere solo sabbia e sassi e una sconfinata pianura senza vita. Parallela alla strada, quasi a galleggiare sulla terra rossa, una ferrovia. Impossibile non canticchiare “i treni per Tozeur”, anche se il soggetto della canzone sono i miraggi prodotti dall’enorme lago salato che porta al Sahara, non veri e propri treni. Ma la ferrovia è lì e mentre l’enorme palmeto della grande oasi su cui giace la città prendeva forma, nella mia testa sono risuonate le celebri strofe… “Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni…”

Su consiglio di due attempati viaggiatori toscani incontrati fugacemente ad Hammamet, abbiamo preso una stanza al residence El Arich, una struttura molto ben tenuta, da poco ristrutturata e con camere dotate di ogni confort, compreso un gigantesco televisore al plasma attaccato alla parete da cui poter vedere i video dei neomelodici tunisini. A Tozeur l’aria condizionata è fondamentale; le temperature raggiungono tranquillamente i quaranta gradi di giorno e superano abbondantemente i trenta la sera.
Appena arrivati, uno dei gestori dell’hotel ci ha proposto di prenotare un giro con la jeep nel deserto, gli abbiamo risposto che la nostra idea era quella di un giro che alla fine ci portasse a Gabes, sulla costa, senza tornare a Tozeur e che avremmo preferito viaggiare con un gruppo e non da soli. Archiviate le nostre richieste, si è ripromesso di farci sapere entro il giorno seguente.
Siamo poi rimasti rinchiusi in camera fino al tardo pomeriggio in attesa di temperature leggermente meno torride, dopodiché siamo usciti e abbiamo percorso il lungo viale che collega la cosiddetta “zona turistica” di Tozeur al centro città. Il percorso è popolato di conducenti di calessi che senza troppa insistenza chiedono dieci dinari a persona per un giro dell’oasi.

Anche a Tozeur l’atmosfera che si respira è quella di una perenne “bassa stagione”, con i due principali grandi hotel posizionati nell’oasi in fase di ristrutturazione. In effetti in questa zona del paese il grande afflusso di turismo arriva solitamente nel mese di settembre, quando le temperature calano leggermente, ma dal 2011 l’alta stagione non arriva mai.
La maggior parte degli edifici della cittadina, sono costruiti con i caratteristici mattoni gialli che prendono il colore della sabbia del Sahara. Le forme in bassorilievo formate sugli edifici simboleggiano la famiglia berbera di appartenenza. La prima cosa che abbiamo notato è stata la presenza di molti italiani nella cittadina, ovviamente proporzionata al basso numero di turisti. Evidentemente sulle note del cantautore catanese si fonda una discreta percentuale del PIL di Tozeur. Finito il giro abbiamo cenato in un tipico ristorante sul viale verso l’hotel, in “compagnia” di una famiglia di Bergamo e di una coppia di anziani omosessuali presumibilmente toscani, in aria di avvincenti cavalcate nel deserto sulle orme di Lawrence d’Arabia o di qualche altra icona del genere. Malgrado la forzata aria di casa, le pietanze tipicamente tunisine – davvero ben cotte – e l’arredamento gradevole del posto ci hanno fatto apprezzare la cena.

Il giorno seguente abbiamo perso l’intera mattinata per riuscire a spostare soldi dai vari conti in banca a causa di un “automatico” sistema di sicurezza della banca Unicredit, che “vedendo” dei prelievi in zona extraeuropea ha “automaticamente” bloccato il bancomat del nostro conto in comune, ovviamente di domenica. Per fortuna siamo riusciti a spostare i soldi su una delle carte prepagate e ad averli nuovamente disponibili (ovviamente pagando maggiori commissioni a ogni prelievo) non senza lanciare violente invettive contro il sistema bancario globale. Vero che avremmo dovuto avvertire la filiale del nostro viaggio come da contratto, altrettanto vero che una telefonata della filiale come quella ricevuta lo scorso anno sarebbe stata gradita.
Risolto il problema abbiamo provato un altro ristorante sul viale verso l’hotel, decisamente deludente rispetto a quello della sera prima. Finito il pasto siamo andati in hotel per riposare e rifugiarci nelle ore più calde. Il gestore ci ha detto con aria un po’ triste di non essere riuscito a formare un gruppo per il giro che gli avevamo chiesto e che se volevamo la cifra per due persone era quattrocento dinari. Abbiamo così deciso di posticipare la decisione a dopo il riposo, dopo aver chiesto all’agenzia di viaggi principale della città che si trova alla fine del viale verso il centro.
La scelta si è rivelata giusta, perché alla fine abbiamo prenotato lo stesso giro – sempre in due più l’autista – per trecentocinquanta dinari. Ottenuto il nostro “lasciapassare” per il deserto, abbiamo ceduto a uno dei tanti calesse che ci ha portati a fare un giro nell’oasi, scoprendo che i conducenti dei tipici carretti sono per lo più braccianti che si occupano delle coltivazioni – tutte lottizzate – nell’enorme palmeto e soprattutto la raccolta dei datteri, vera ricchezza della città. Proprio all’ingresso del palmeto, con la coda dell’occhio ho scorto un enorme animale grigio arrampicarsi su una palma. A causa della mia fobia per i ratti, ho chiesto insistentemente spiegazioni sia a #MissThisDick che al conducente del calesse, ricevendo risposte evasive e informazioni assai filtrate da parte di lei. A un certo punto sostenevano che a salire sull’albero fosse stata una rana… Lì ho cominciato a subodorare l’inganno. Il logorroico conducente ci ha comunque tenuto a rassicurarmi che in caso di avvistamento di roditore, avrebbe scacciato malamente l’animale. A quel punto mi sono dovuto beccare pure la spiegazione del concetto di fobia fatta da #MissThisDick a lui, con tanto di segno del dito sulla testa come a dire “è matto”, per fargli capire che il problema non era chi avrebbe dovuto affrontare l’eventuale ratto, ma che io non lo avrei dovuto nemmeno vedere da lontano. Ovviamente, finito il giro mi è stato comunicato che ciò che avevo intravisto era un’enorme pantegana e che i tanti sacchetti protettivi che avvolgono i datteri – su cui avevo chiesto sospettoso delle spiegazioni – servono proprio a proteggere i frutti dai golosi roditori. Abbiamo concluso la serata in un ristorante proprio sotto il minareto della moschea principale della cittadina, incuriositi non poco da un terzetto formato da madre e figlia tedesca, accompagnate da un giovane maghrebino di colore in tenere effusioni con la giovane ma in strana complicità con la madre.

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19 agosto, Douz e Ksar Ghilane

La mattina seguente dopo aver fatto colazione all’hotel, siamo andati nell’agenzia di viaggi e siamo partiti con la Jeep in direzione Douz, la città “porta del deserto” perché da lì inizia il Sahara tunisino. Per arrivare a Douz bisogna passare per Kebili, attraversando il grande lago salato chiamato Chot El Djerid. Lo spettacolo che si osserva dalla striscia d’asfalto che attraversa il lago in secca è davvero mozzafiato. Un’enorme distesa di terra arida a tratti interrotta da pozze d’acqua verde smeraldo con grumi di sale sugli argini. All’orizzonte ombre nere che sembrano galleggiare nel vuoto. Possono sembrare delle carovane o dei treni, ma in realtá sono miraggi, effetti ottici prodotti dall’enorme distesa di sale… “E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità…”

Il giovane conducente ci ha spiegato la lavorazione del sale e mostrato la società che se ne occupa che si trova proprio lungo la strada. Ovviamente ha anche effettuato delle soste strategiche presso alcuni venditori di “rose del deserto”, un minerale che si trova in queste zone e che viene venduto in quantità industriali come souvenir. Quando non parla ascolta la sua vastissima playlist di neomelodici tunisini, la colonna sonora ufficiale della traversata. Superato il lago salato abbiamo attraversato Kebili senza fermarci nella cittadina che oltre ai tanti venditori di souvenir non ci è sembrata particolarmente interessante.

La strada verso Douz per lunghi tratti non è asfaltata e il paesaggio cambia continuamente nei colori e nelle forme, roccia e sabbia cominciano a mescolarsi e gruppi di dromedari pascolano strappando la poca vegetazione presente. Arrivati a Douz il nostro autista ci ha portati nel ristorante gestito da un’agenzia di escursioni locale, evidentemente affiliata con quella di Tozeur. Il luogo è un’ulteriore dimostrazione del fatto che nel paese non esiste l’equivalente dell’ufficio di igiene, il cameriere/cuoco cammina scalzo e le condizioni della cucina sono tutte un programma. La ciliegina sulla torta è stata la blatta uscita dal nostro cestino del pane… Finito il pericolosissimo pranzo, è partita la nostra “corsa contro il tempo” per arrivare a Ksar Ghilane – l’oasi dove pernotteremo – entro il tramonto, per poter partire con l’ultima escursione della giornata nel “grande Erg orientale” (deserto di sabbia) sui dromedari. Arrivati nella località gestita interamente da berberi, ci siamo di colpo trovati in mezzo al deserto. Il nostro giovane autista ha dovuto lavorare un po’ per convincere “l’impresario” dei dromedari a farci aggregare all’ultima carovana, essendo già partiti qualche minuto prima un gruppo di quattro francesi. Dopo qualche minuto siamo saliti sui grossi quadrupedi. Il primo impatto non è dei migliori; l’animale si abbassa eseguendo l’ordine dell’uomo che guida la fila e una volta che si sale in sella si alza stendendo prima le gambe posteriori e poi quelle anteriori. La sensazione è quella di essere scaraventati per terra, ma basta reggersi bene e resta solo una sensazione. Ormai stabile sul mio dromedario, ho potuto godermi dall’alto lo spettacolo di #MissThisDick alle prese col suo. Nel momento clou della salita, il silenzio del Sahara è stato interrotto da una serie di imprecazioni e pesanti critiche rivolte al sottoscritto, al popolo tunisino, ai dromedari e a tutta l’Africa. A passo svelto – per quanto può essere svelto il passo di un dromedario – abbiamo raggiunto il resto del gruppo che nel frattempo si era fermato in mezzo alle dune aspettandoci. L’escursione prevede l’arrivo in un antico avamposto romano da dove osservare il tramonto sulle dune di sabbia. Quando si viaggia sul grosso animale non bisogna mai distrarsi, perché il sali scendi sulle dune – specie quelle più ripide – può far perdere l’equilibrio. In fondo la simpatica bestiola si preoccupa di non cadere lei e non nutre grande interesse per chi la cavalca. Il tragitto dura circa un’ora ed è davvero difficile staccare gli occhi dall’immensa distesa di sabbia che ti circonda. Arrivati sulla piccola altura con le rovine dell’antico avamposto, abbiamo osservato il tramonto senza dedicare troppe attenzioni alle rovine, venendo da Roma penso sia abbastanza normale. Il ritorno verso l’oasi è stata un’esperienza quasi mistica. Lo scendere della sera sulle dune è avvenuto in un silenzio irreale, interrotto ogni tanto dai versi dei dromedari (il mio è bulimico… Appena vede un cespuglio secco lo divora) e una volta dal tonfo della rubiconda signora francese che si è distratta un attimo di troppo.

Difficile descrivere certe sensazioni, soprattutto quel silenzio così perfetto che sembra cullare la mente. Si cade in uno stato di vigile riposo e si entra in sintonia con il circostante, con i suoi colori, con le sagome delle dune all’orizzonte, con il passo indolente del dromedario. Un’esperienza simile alla meditazione orientale ma a differenza di essa totalmente spontanea. Anche i “conducenti” della carovana sembrano condividere lo stato di quiete, voltandosi di tanto in tanto per assicurarsi che tutti i dromedari seguano la fila e i passeggeri non abbiano problemi. Osservandoli mi viene in mente una strofa di De André “…gli uomini della sabbia hanno profili d’assassini, rinchiusi nei silenzi di una prigione senza confini…”. Il campeggio dove abbiamo pernottato si trova nel mezzo dell’oasi, da dimenticare la cena (pollo e spaghetti…) e le condizioni igieniche dei bagni, popolati di enormi insetti. La luna piena ci ha impedito di poter osservare il cielo stellato in mezzo al nulla e forse questo è l’unico rimpianto di questa giornata, ma qualcosa mi dice che il Sahara mi vedrà ancora e ci saranno altre occasioni. A #MissThisDick non lo dico per non allarmarla con troppo anticipo sulle nostre future destinazioni…

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